Archivio del Luglio, 2008

Peer-to-Peer, un modello per la società della conoscenza

Il dibattito sul peer-to-peer oscilla spesso tra un taglio puramente tecnico (modello di organizzazione di una rete di computer) e uno legale (liceità della pratica di condividere file su Internet): nell’era del Web 2.0 prende corpo una visione innovativa che vede il Peer-to-Peer un modo in cui le persone, considerate come protagoniste attive della produzione di conoscenza, possono organizzarsi per collaborare, condividere, crescere insieme.

Il fenomeno del “Peer-To-Peer” (abbreviato P2P) viene in genere considerato secondo due punti di vista “riduttivi”: quello tecnico e quello legale, legato allo “scambio di file”.

Considerato sotto l’aspetto tecnico, il P2P rappresenta un modello alternativo a quello “gerarchico” normalmente utilizzato sul web: secondo il modello gerarchico ci sono in rete alcuni computer che fanno da server, e quindi possono trasmettere dati (ad esempio i contenuti di un sito web) e altri, detti client, che ricevono e visualizzano questi dati per l’utente comune; in una rete P2P invece tutti i computer sono sullo stesso piano e possono allo stesso modo trasmettere e ricevere, erogare servizi e usufruirne.

Il motivo per cui il P2P è diventato un fenomeno di massa su Internet è la pratica sempre più diffusa dello “scambio di file”: attraverso specifici software, infatti, un utente si può collegare a una rete P2P per cercare e scaricare file dai computer degli altri utenti al proprio, e nello stesso tempo permettere agli altri di usufruire di un proprio archivio di file. Esistono diversi programmi utilizzabili a questo scopo: una volta connessi alla rete P2P si può utilizzare una sorta di motore di ricerca per trovare tutti i file presenti sui computer degli altri utenti che contengono nel nome una determinata parola chiave che ci interessa, o che corrispondono ad un titolo che già conosciamo: a quel punto possiamo iniziare a “scaricare” (in inglese “Download”) il file per trasferirlo sul nostro computer.

  Intorno a questa pratica si è acceso un forte dibattito di tipo legale, perché di fatto questi sistemi vengono utilizzati in larga misura per lo scambio di file multimediali protetti da copyright: nei primi anni si trattava soprattutto di file musicali, oggi, con la diffusione di connessioni a banda larga sempre più veloci, è divenuto abituale anche lo scambio di film. Basta quindi che una canzone o un film in formato digitale vengano immessi in una rete P2P perché il file possa diffondersi rapidamente in tutto il mondo, con relativi mancati guadagni da parte di produttori e autori. Per questo le legislazioni nazionali sono intervenute in modi diversi a contrastare il fenomeno della “condivisione file”: il dibattito è ancora aperto, come spesso accade su Internet sono in gioco da un lato il modello della libera condivisione di risorse, che può avere molte applicazioni virtuose, dall’altro la protezione del copyright.

Ma il Peer-to-Peer può essere molto di più di questo, è prima di tutto un modello, un nuovo modo di pensare e di lavorare. Il maggiore teorico di questo modello è Michel Bauwens, che in una serie di interventi sul sito MasterNewMedia di Robin Good ha delineato diversi aspetti interessanti del P2P.

Un primo aspetto da considerare  è che il P2P non è semplicemente un modo diverso di organizzare le reti di computer, ma è prima di tutto un modo diverso di organizzarsi tra persone: è un modello in cui le persone possono liberamente produrre conoscenza e valore, distribuirli, condividerli con altri, senza dover sottostare a una struttura centralizzata che assegna a ciascuno i “permessi” sulle operazioni che può fare. Dove questo si realizza si può parlare di P2P, anche indipendentemente dalla tecnologia che si utilizza.

Un ruolo particolare nel modello P2P di Bauwens è ricoperto dalla Community, cioè dal gruppo di persone in rete si abituano a scambiare e condividere risorse sulla base di interessi comuni. Un gruppo che non è definito a priori, che in teoria è “vasto come il mondo” (come il World Wide Web), e che prende forma nel tempo, rimanendo sempre mutevole, sulla base di come si incontrano le domande e le risposte che ciascun utente ha.

  Per questo il P2P è anche un modello innovativo per la costruzione e la diffusione della conoscenza: la rete dei “pari” (peer) può servire non solo a scambiare “file”, che pure possono rappresentare una forma “cristallizzata” di conoscenza, ma ancora di più a fare incontrare le persone perché si scambino esperienze, suggerimenti, soluzioni, perché possano imparare gli uni dagli altri.

Il P2P quindi è un modello estremamente affine a quelli dell’Informal Learning e del Web 2.0, perché pone l’accento sulla conoscenza che emerge dal dialogo e dalla partecipazione attiva della persona; i “documenti” che circolano in questa rete non sono “corsi” predefiniti, ma materiali da usare insieme, da trasformare e far evolvere nella discussione e nella collaborazione.

Quello che Bauwens tiene a sottolineare come specificità del modello di apprendimento P2P è soprattutto il carattere aperto e libero: l’uso degli strumenti di collaborazione e condivisione non deve essere limitato all’interno di comunità chiuse (istituzioni educative, organizzazioni), ma deve potersi espandere liberamente nella rete Internet, alla ricerca di risorse e persone che possano dare risposta alle proprie domande; sempre secondo questa logica, il patrimonio di conoscenza che si produce all’interno di una “comunità” deve rimanere aperto, disponibile allo scambio, al riuso e alla trasformazione da parte di altre comunità presenti e future – questo vuol dire adottare un’ottica innovativa nell’ambito del “diritto d’autore” (come le licenze “Creative Commons”).

E’ interessante notare che quello che Bauwens dice dell’apprendimento P2P è parte di una teoria più ampia che considera il P2P come un nuovo modello di produzione e di economia, capace di valorizzare l’immenso patrimonio di beni “immateriali” che caratterizza la nostra società, rendendolo accessibile a tutti e favorendone lo sviluppo (lì dove gli attuali modelli economici e giuridici rischiano spesso di creare ostacoli alla circolazione di conoscenza).

Promuovere il P2P, quindi, non significa approvare lo scambio illegale di materiali coperti da copyright: questo è un fenomeno che rimane all’interno di una visione in cui la maggior parte delle persone sono “fruitori passivi” (di testi, musiche, film, software o qualsiasi altro “bene immateriale”); il modello del P2P invece vede ogni persona come “creatrice” e produttrice di conoscenza e cerca gli strumenti e le strategie più adatti perché ciascuno possa liberamente condividere con gli altri quello che ha prodotto, in un processo virtuoso di creazione di valore per tutti.

Fonti

“P2P And Education: Robin Good Interviews Peer-To-Peer Evangelist Michel Bauwens” di Robin Good e Michel Bauwens
http://www.masternewmedia.org/news/2008/07/18/p2p_and_
education_robin_good.htm

Data: 2008
Lingua: Inglese
Formato: Html

“Peer-to-Peer Governance, Production And Property: P2P As A Way Of Living - Part 1” di Michel-Bauwens
http://www.masternewmedia.org/information_access/p2p-peer-to-peer-economy/peer–to-peer-governance-production-property-part-1-Michel-Bauwens-20071020.htm
Data: 2007
Lingua: Inglese
Formato: Html

“Peer-to-Peer” di Francesco Caccavella
http://www.ictv.it/file/vedi/300/peer-to-peer/
Data: 2007
Lingua: Italiano
Formato: Html e Video

P2P: c’è qualcosa di buono nel “patto francese” di P.Nuti
http://www.interlex.it/copyright/pnuti11.htm
Data: 2007
Lingua: Italiano
Formato: Html

Add comment Luglio 29th, 2008

Il blog di un’esperta di Informal Learning

Live Laugh Learn Lead è il blog di Marcia Conner, esperta statunitense sulle tematiche dell’apprendimento, sia nel mondo delle imprese sia in quello delle istituzioni pubbliche. La Conner è autrice di diversi siti legati in particolare all’apprendimento informale e alla dimensione del Life Long Learning.

La particolarità dei contributi dell’autrice è di sottolineare le componenti cognitive dell’apprendimento: nel blog si trovano interventi dedicati ai temi dell’attenzione (che cosa la favorisce e cosa la ostacola, attraverso quali strategie svilupparla), della creatività, degli stili di apprendimento, dell’imparare divertendosi, del rapporto mente-corpo, della lettura e dell’apprendimento visuale.

Altre categorie di “post” riguardano temi quali la leadership, l’organizzazione, la gestione del cambiamento, il rapporto tra educazione scolastica e lavoro, il ruolo della tecnologia.

Si trovano poi una serie di segnalazioni di persone, prodotti, risorse che l’autrice considera di particolare interesse, spaziando dai temi più “seri” dell’apprendimento e del lavoro ad aspetti che riguardano la vita quotidiana (dimensioni che spesso in questo blog si intrecciano).

La categoria “What I learned today” (che cosa ho imparato oggi) esemplifica bene il taglio estremamente personale e quotidiano che l’autrice dà alle sue riflessioni, in linea con il modello dell’apprendimento informale.

La struttura molto semplice del blog prevede, oltre all’archivio cronologico e tematico dei “post”, una lista di siti di riferimento sui temi dell’apprendimento.

Il sito è in lingua inglese.

http://marciaconner.com/blog/

Add comment Luglio 28th, 2008

e-Inclusion

Con il termine e-Inclusion (o Inclusione Digitale) si intende un insieme di politiche che hanno l’obiettivo di portare tutti i cittadini a poter usufruire delle opportunità offerte dalle tecnologie digitali: servizi online, comunicazione a distanza, nuove modalità di lavoro e di apprendimento.

Questo vuol dire in particolar modo facilitare l’avvicinamento all’ICT delle cosiddette “fasce deboli”, persone che per ragioni economiche, di età, di cultura, e talvolta anche di genere, hanno difficoltà ad accedere a computer e Internet o, dove possono accedere, non sono in grado di utilizzarne applicazioni e servizi (è il problema del digital divide).

L’e-Inclusion è un tema di particolare importanza per l’Unione Europea, che la considera uno dei fattori fondamentali per realizzare la nuova “Società della Conoscenza” e vi dedica quindi specifiche iniziative. Analoghe iniziative, all’interno del quadro europeo, vengono proposte e realizzate dai singoli Stati membri.

Le strategie di e-Inclusion comprendono:

  - la diffusione delle tecnologie, in particolare della connettività a banda larga (ADSL, Satellite, Wi-Fi), indispensabile perché tutti possano usufruire di servizi online sempre più evoluti;

  - la promozione dell’accessibilità, perché siti e programmi possano essere usati su diversi tipi di computer e perché non creino problemi di fruizione alle persone che hanno specifiche difficoltà o disabilità (ipovedenti, non vedenti, non udenti, ecc.)

  - la formazione “tecnica” all’uso degli strumenti digitali (necessaria in genere solo ad un livello base)

  - la formazione “culturale” all’uso della comunicazione online  e dei servizi online, perché si tratta di apprendere nuovi modelli di interazione con gli altri, di lavoro, di organizzazione, di rapporto con la Pubblica Amministrazione, di gestione del denaro e degli acquisti, dove è necessario non solo un “saper fare” ma anche una consapevolezza critica delle opportunità e dei rischi

  - l’uso specifico delle tecnologie digitali allo scopo di offrire specifici servizi ad anziani, disabili o altri target “a rischio di esclusione”, per migliorare la loro qualità della vita.

Add comment Luglio 23rd, 2008

“Mobile” e apprendimento nel Web 2.0

Il “mobile” è da anni uno degli elementi più importanti nel dibattito sull’innovazione nell’e-Learning.
L’evoluzione tecnologica ha fatto dei palmari e sempre più anche dei cellulari, strumenti in grado di abilitare l’utente a produrre e condividere informazioni, anche in formato multimediale.
Nel Web 2.0 i dispositivi “mobile” sono uno strumento ideale per creare un continuo collegamento tra vita negli spazi fisici (studio, lavoro, incontri) e uso dei servizi online (social software).
Questo ha delle importanti ricadute nell’apprendimento, sia per veicolare strategie di tipo “informale”, sia per favorire l’immediata applicazione delle conoscenze acquisite in un contesto reale.

1. “Il futuro dell’apprendimento è informale e mobile: video intervista con Teemu Arina” di Robin Good
http://www.masternewmedia.org/news/2007/04/12/
the_future_of_learning_is.htm

Data: 2007
Lingua: Italiano
Formato: Html

In questa intervista video Teemu Arina, esperto finlandese di social software, sottolinea come il “mobile”, opportunamente integrato con strategie “informal”, sia fondamentale per l’apprendimento: questo perché consente di essere sempre immersi nel “contesto reale” nel momento in cui si acquisiscono le nuove conoscenze, e quindi di poterle immediatamente mettere in pratica con le proprie attività. Permette quindi di collegare sempre più strettamente le opportunità del “virtuale” agli spazi fisici dove le persone vivono e si incontrano.

2. “What is ‘Mobile 2.0’ (Beta)” di Daniel K. Appelquist
http://wirelessfederation.com/news/mobile-2-0/
Data: 2007
Lingua: Inglese
Formato: Html

In questo articolo l’autore analizza le prospettive del “Mobile” di nuova generazione, cioè dell’uso di dispositivi mobili (cellulari e palmari) per accedere e interagire nel Web 2.0. L’evoluzione tecnica dei dispositivi è stata sicuramente importante per rendere possibile questo obiettivo: schermi grandi e a colori, la presenza di funzionalità che permettono di produrre multimedialità (fotocamera, videocamera, registratore audio), la possibilità di attivare browser e applicazioni evolute (ad esempio: mappe geografiche).  Rispetto alle applicazioni, è sempre più importante trovare standard condivisi e seguire in un’ottica di sviluppo collaborativo e aperto del software: il modello “2.0” richiede di poter comporre liberamente servizi e informazioni che provengono da fonti diverse. Il vantaggio che il Mobile aggiunge al Web 2.0 è la possibilità di utilizzarne i servizi in qualsiasi momento, dove e quando servono, per collaborare e condividere a distanza con altre persone.

3. “Does Mobile Technology equate with Mobile Learning?” di Leonard Low
http://mlearning.edublogs.org/2007/03/06/does-mobile-technology-equate-with-mobile-learning/
Data: 2007
Lingua: Inglese
Formato: Html

L’autore dell’articolo sottolinea la differenzia “tecnologia mobile” e “apprendimento mobile”: il fatto che un dispositivo sia mobile, cioè che si possa portare con sé, non significa automaticamente che sia in grado di innovare il modo in cui si apprende; l’esempio è quello dei “laptop”, che sono sì trasportabili, ma prevedono una modalità di fruizione molto simile a quella del computer da tavolo.
Palmari e cellulari di ultima generazione, invece, consentono di accedere al web e a contenuti e servizi per l’apprendimento in modo diverso, immediato, in qualsiasi situazione (anche mentre si sta camminando) e quindi propongono un modello di stretta integrazione tra la vita e l’apprendimento (Ubiquitous Learning).

4. “Two to Three Years: Mobile Broadband” dal 2008 Horizon Report di The New Media Consortium e Educause Learning Initiative
http://wp.nmc.org/horizon2008/chapters/mobile-broadband/
Data: 2008
Lingua: Inglese
Formato: Html

L’articolo sottolinea la rapidissima evoluzione dei dispositivi mobili, in particolare i cellulari, che in pochi anni sono dapprima divenuti strumenti multimediali (video, foto, audio) e poi strumenti di accesso al social software, utilizzati per aggiornare blog, calendari online in tempo reale e per condividere risorse. I cellulari di nuova generazione, insieme ai servizi del Web 2.0, offrono molte nuove opportunità per l’apprendimento: sia quella di moltiplicare le occasioni di dialogo e collaborazione (e quindi di trasferimento di conoscenza in modo informale), sia quella di legare informazioni e attività a determinati “luoghi” (attraverso la geolocalizzazione, utilizzata ad esempio nei musei).

5. “Cell phones in schools: Opportunity or distraction?” di Meris Stansbury
http://www.eschoolnews.com/conference-info/cosn/cosn-news/?i=53013;_hbguid=360a22f6-991c-4f8f-bd05-9bc8cc9455bc&d=cosn
Data: 2008
Lingua: Inglese
Formato: Html

L’articolo mette in evidenza un problema tipico nel mondo della scuola (ma applicabile anche al mondo del lavoro): il cellulare è visto come strumento di distrazione, usato per “evadere” mentalmente da quello che si sta facendo, chiacchierare con altre persone, giocare, consultare siti per i propri interessi. La sfida invece è saper approfittare della pervasività di questo strumento a fini formativi, proponendo attività di produzione multimediale (video), di personal publishing (blog), di comunicazione e condivisione di informazioni.

Add comment Luglio 21st, 2008

Social Advertising

Il termine Social Advertising indica un fenomeno che è emerso con particolare forza nel Web 2.0: il fatto che ponendo l’accento sulla dimensione “sociale”, sull’interazione, sulla creazione di comunità di interesse, si possano generare efficaci processi di marketing basati sul “passaparola” spontaneo degli utenti/consumatori. Un meccanismo che può funzionare tanto per i prodotti di largo consumo quanto per iniziative complesse.

In un social network, cioè una rete di persone che dialogano e condividono risorse online attraverso servizi dedicati, le persone sono abituate a raccontare, suggerire, commentare: per questo i prodotti, i servizi, le iniziative che riguardano i temi di maggior interesse per la “rete”, sono oggetto di approfondimenti, discussioni e passaparola, sia in senso positivo che in negativo.

Si ascoltano le esperienze che persone concrete hanno avuto di un prodotto, quali usi ne hanno fatto, quali vantaggi ne hanno tratto e quali difficoltà hanno riscontrato. Il tutto risulta molto più credibile di una “pubblicità” tradizionale, in cui si sa che il messaggio è costruito ad arte per vendere.

Chi vuole fare promozione sul Web 2.0 (che lo faccia per una macchina fotografica digitale o per un servizio di e-Learning) deve allora, piuttosto che realizzare costose campagne mediatiche, saper segnalare il proprio prodotto/iniziativa alle “reti” e “comunità” che si occupano di temi affini. Se la discussione si accende, il messaggio può diffondersi rapidamente e in modo molto più incisivo, perché passa da persona a persona.

Da notare che il termine Social Advertising può essere ambiguo: prima del Web 2.0 veniva utilizzato soprattutto per indicare campagne pubblicitarie a scopo sociale (il Social quindi era lo scopo mentre ora è la modalità); ma anche nel contesto del Web 2.0 c’è chi lo intende in modo diverso: come invio di messaggi pubblicitari a gruppi di persone selezionati in base agli interessi tra gli utilizzatori di determinati “Social Network” (Facebook, Flickr, o altro).

Diverso invece è puntare sulle potenzialità che le reti sociali hanno di farsi esse stesse mezzo di diffusione (e spesso rielaborazione e arricchimento) di un messaggio.

Add comment Luglio 16th, 2008

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