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Mamme al lavoro, idee «elastiche»

Duemila curriculum e quattrocento messaggi postati sul sito in poco più di una settimana di attività. È il bilancio di moms@work (www.momsatwork.it), primo servizio di intermediazione del lavoro tagliato su misura per mamme, che da un lato aiuta le donne a rientrare o a ridefinire la loro posizione dopo una maternità e dall’altro offre servizi di recruitment e consulenza specializzata alle aziende interessate al lavoro flessibile. L’hanno creato due professioniste del settore, Cecilia Spanu, 43 anni, bocconiana, marketing manager, quattro figli in scala dai 7 ai 15 anni, e Anna Zavaritt, 36 anni, laurea in Relazioni Internazionali a Ginevra, giornalista di economia e finanza, due figli in età prescolare, convinte che la rinuncia di una madre al lavoro sia una perdita non solo personale, ma anche per l’azienda e il Paese.

«Conciliare maternità e carriera è possibile se si punta sulla flessibilità», dicono le due imprenditrici. «Abbiamo studiato per più di un anno sia la normativa italiana in materia di lavoro sia le esperienze di altri mercati, come quello americano e nordeuropeo, che sono riusciti a trovare soluzioni per non escludere dal circuito produttivo le donne con figli. La conclusione è che la flessibilità è l’arma vincente». Cosa significa? «Niente di complicato, le soluzioni ci sono già, solo che non sono applicate perché sconosciute. C’è il part-time, verticale, orizzontale e anche in ingresso (la vera sfida, ora utilizzato solo al 5%); c’è la negoziazione dell’orario, con un telelavoro nelle prime o ultime ore della giornata; l’elasticità in ingresso e uscita, i sistemi come la “banca delle ore” per trasformare gli straordinari in ore non pagate da scalare dal monte-ore totale, e altro ancora».

Per trattare direttamente con le aziende, da quella a conduzione familiare fino alla multinazionale, Spanu e Zavaritt si sono rivolte a una società di intermediazione del lavoro, la Gi Group, che ha accolto e reso operativo il loro progetto, al momento limitato a Milano. Moms@work ha aperto i contatti con aziende fra cui Kraft, Vodafone, Microsoft, ed entro metà aprile dovrebbe ultimare il primo giro di incontri, mentre nella sede Gi Group di piazza IV Novembre 5 si tengono i colloqui con le donne che inviano il curriculum alla mail info@momsatwork.it. È l’inizio, ma loro sprizzano ottimismo. «La crisi è nostra alleata», spiegano, «costringe un sistema rigido a piegarsi, ridefinendo l’organizzazione del lavoro. Noi anticipiamo».

Fonte: Corriere della Sera

Add comment Marzo 25th, 2010

Peer-to-Peer, un modello per la società della conoscenza

Il dibattito sul peer-to-peer oscilla spesso tra un taglio puramente tecnico (modello di organizzazione di una rete di computer) e uno legale (liceità della pratica di condividere file su Internet): nell’era del Web 2.0 prende corpo una visione innovativa che vede il Peer-to-Peer un modo in cui le persone, considerate come protagoniste attive della produzione di conoscenza, possono organizzarsi per collaborare, condividere, crescere insieme.

Il fenomeno del “Peer-To-Peer” (abbreviato P2P) viene in genere considerato secondo due punti di vista “riduttivi”: quello tecnico e quello legale, legato allo “scambio di file”.

Considerato sotto l’aspetto tecnico, il P2P rappresenta un modello alternativo a quello “gerarchico” normalmente utilizzato sul web: secondo il modello gerarchico ci sono in rete alcuni computer che fanno da server, e quindi possono trasmettere dati (ad esempio i contenuti di un sito web) e altri, detti client, che ricevono e visualizzano questi dati per l’utente comune; in una rete P2P invece tutti i computer sono sullo stesso piano e possono allo stesso modo trasmettere e ricevere, erogare servizi e usufruirne.

Il motivo per cui il P2P è diventato un fenomeno di massa su Internet è la pratica sempre più diffusa dello “scambio di file”: attraverso specifici software, infatti, un utente si può collegare a una rete P2P per cercare e scaricare file dai computer degli altri utenti al proprio, e nello stesso tempo permettere agli altri di usufruire di un proprio archivio di file. Esistono diversi programmi utilizzabili a questo scopo: una volta connessi alla rete P2P si può utilizzare una sorta di motore di ricerca per trovare tutti i file presenti sui computer degli altri utenti che contengono nel nome una determinata parola chiave che ci interessa, o che corrispondono ad un titolo che già conosciamo: a quel punto possiamo iniziare a “scaricare” (in inglese “Download”) il file per trasferirlo sul nostro computer.

  Intorno a questa pratica si è acceso un forte dibattito di tipo legale, perché di fatto questi sistemi vengono utilizzati in larga misura per lo scambio di file multimediali protetti da copyright: nei primi anni si trattava soprattutto di file musicali, oggi, con la diffusione di connessioni a banda larga sempre più veloci, è divenuto abituale anche lo scambio di film. Basta quindi che una canzone o un film in formato digitale vengano immessi in una rete P2P perché il file possa diffondersi rapidamente in tutto il mondo, con relativi mancati guadagni da parte di produttori e autori. Per questo le legislazioni nazionali sono intervenute in modi diversi a contrastare il fenomeno della “condivisione file”: il dibattito è ancora aperto, come spesso accade su Internet sono in gioco da un lato il modello della libera condivisione di risorse, che può avere molte applicazioni virtuose, dall’altro la protezione del copyright.

Ma il Peer-to-Peer può essere molto di più di questo, è prima di tutto un modello, un nuovo modo di pensare e di lavorare. Il maggiore teorico di questo modello è Michel Bauwens, che in una serie di interventi sul sito MasterNewMedia di Robin Good ha delineato diversi aspetti interessanti del P2P.

Un primo aspetto da considerare  è che il P2P non è semplicemente un modo diverso di organizzare le reti di computer, ma è prima di tutto un modo diverso di organizzarsi tra persone: è un modello in cui le persone possono liberamente produrre conoscenza e valore, distribuirli, condividerli con altri, senza dover sottostare a una struttura centralizzata che assegna a ciascuno i “permessi” sulle operazioni che può fare. Dove questo si realizza si può parlare di P2P, anche indipendentemente dalla tecnologia che si utilizza.

Un ruolo particolare nel modello P2P di Bauwens è ricoperto dalla Community, cioè dal gruppo di persone in rete si abituano a scambiare e condividere risorse sulla base di interessi comuni. Un gruppo che non è definito a priori, che in teoria è “vasto come il mondo” (come il World Wide Web), e che prende forma nel tempo, rimanendo sempre mutevole, sulla base di come si incontrano le domande e le risposte che ciascun utente ha.

  Per questo il P2P è anche un modello innovativo per la costruzione e la diffusione della conoscenza: la rete dei “pari” (peer) può servire non solo a scambiare “file”, che pure possono rappresentare una forma “cristallizzata” di conoscenza, ma ancora di più a fare incontrare le persone perché si scambino esperienze, suggerimenti, soluzioni, perché possano imparare gli uni dagli altri.

Il P2P quindi è un modello estremamente affine a quelli dell’Informal Learning e del Web 2.0, perché pone l’accento sulla conoscenza che emerge dal dialogo e dalla partecipazione attiva della persona; i “documenti” che circolano in questa rete non sono “corsi” predefiniti, ma materiali da usare insieme, da trasformare e far evolvere nella discussione e nella collaborazione.

Quello che Bauwens tiene a sottolineare come specificità del modello di apprendimento P2P è soprattutto il carattere aperto e libero: l’uso degli strumenti di collaborazione e condivisione non deve essere limitato all’interno di comunità chiuse (istituzioni educative, organizzazioni), ma deve potersi espandere liberamente nella rete Internet, alla ricerca di risorse e persone che possano dare risposta alle proprie domande; sempre secondo questa logica, il patrimonio di conoscenza che si produce all’interno di una “comunità” deve rimanere aperto, disponibile allo scambio, al riuso e alla trasformazione da parte di altre comunità presenti e future – questo vuol dire adottare un’ottica innovativa nell’ambito del “diritto d’autore” (come le licenze “Creative Commons”).

E’ interessante notare che quello che Bauwens dice dell’apprendimento P2P è parte di una teoria più ampia che considera il P2P come un nuovo modello di produzione e di economia, capace di valorizzare l’immenso patrimonio di beni “immateriali” che caratterizza la nostra società, rendendolo accessibile a tutti e favorendone lo sviluppo (lì dove gli attuali modelli economici e giuridici rischiano spesso di creare ostacoli alla circolazione di conoscenza).

Promuovere il P2P, quindi, non significa approvare lo scambio illegale di materiali coperti da copyright: questo è un fenomeno che rimane all’interno di una visione in cui la maggior parte delle persone sono “fruitori passivi” (di testi, musiche, film, software o qualsiasi altro “bene immateriale”); il modello del P2P invece vede ogni persona come “creatrice” e produttrice di conoscenza e cerca gli strumenti e le strategie più adatti perché ciascuno possa liberamente condividere con gli altri quello che ha prodotto, in un processo virtuoso di creazione di valore per tutti.

Fonti

“P2P And Education: Robin Good Interviews Peer-To-Peer Evangelist Michel Bauwens” di Robin Good e Michel Bauwens
http://www.masternewmedia.org/news/2008/07/18/p2p_and_
education_robin_good.htm

Data: 2008
Lingua: Inglese
Formato: Html

“Peer-to-Peer Governance, Production And Property: P2P As A Way Of Living - Part 1” di Michel-Bauwens
http://www.masternewmedia.org/information_access/p2p-peer-to-peer-economy/peer–to-peer-governance-production-property-part-1-Michel-Bauwens-20071020.htm
Data: 2007
Lingua: Inglese
Formato: Html

“Peer-to-Peer” di Francesco Caccavella
http://www.ictv.it/file/vedi/300/peer-to-peer/
Data: 2007
Lingua: Italiano
Formato: Html e Video

P2P: c’è qualcosa di buono nel “patto francese” di P.Nuti
http://www.interlex.it/copyright/pnuti11.htm
Data: 2007
Lingua: Italiano
Formato: Html

Add comment Luglio 29th, 2008

“Mobile” e apprendimento nel Web 2.0

Il “mobile” è da anni uno degli elementi più importanti nel dibattito sull’innovazione nell’e-Learning.
L’evoluzione tecnologica ha fatto dei palmari e sempre più anche dei cellulari, strumenti in grado di abilitare l’utente a produrre e condividere informazioni, anche in formato multimediale.
Nel Web 2.0 i dispositivi “mobile” sono uno strumento ideale per creare un continuo collegamento tra vita negli spazi fisici (studio, lavoro, incontri) e uso dei servizi online (social software).
Questo ha delle importanti ricadute nell’apprendimento, sia per veicolare strategie di tipo “informale”, sia per favorire l’immediata applicazione delle conoscenze acquisite in un contesto reale.

1. “Il futuro dell’apprendimento è informale e mobile: video intervista con Teemu Arina” di Robin Good
http://www.masternewmedia.org/news/2007/04/12/
the_future_of_learning_is.htm

Data: 2007
Lingua: Italiano
Formato: Html

In questa intervista video Teemu Arina, esperto finlandese di social software, sottolinea come il “mobile”, opportunamente integrato con strategie “informal”, sia fondamentale per l’apprendimento: questo perché consente di essere sempre immersi nel “contesto reale” nel momento in cui si acquisiscono le nuove conoscenze, e quindi di poterle immediatamente mettere in pratica con le proprie attività. Permette quindi di collegare sempre più strettamente le opportunità del “virtuale” agli spazi fisici dove le persone vivono e si incontrano.

2. “What is ‘Mobile 2.0’ (Beta)” di Daniel K. Appelquist
http://wirelessfederation.com/news/mobile-2-0/
Data: 2007
Lingua: Inglese
Formato: Html

In questo articolo l’autore analizza le prospettive del “Mobile” di nuova generazione, cioè dell’uso di dispositivi mobili (cellulari e palmari) per accedere e interagire nel Web 2.0. L’evoluzione tecnica dei dispositivi è stata sicuramente importante per rendere possibile questo obiettivo: schermi grandi e a colori, la presenza di funzionalità che permettono di produrre multimedialità (fotocamera, videocamera, registratore audio), la possibilità di attivare browser e applicazioni evolute (ad esempio: mappe geografiche).  Rispetto alle applicazioni, è sempre più importante trovare standard condivisi e seguire in un’ottica di sviluppo collaborativo e aperto del software: il modello “2.0” richiede di poter comporre liberamente servizi e informazioni che provengono da fonti diverse. Il vantaggio che il Mobile aggiunge al Web 2.0 è la possibilità di utilizzarne i servizi in qualsiasi momento, dove e quando servono, per collaborare e condividere a distanza con altre persone.

3. “Does Mobile Technology equate with Mobile Learning?” di Leonard Low
http://mlearning.edublogs.org/2007/03/06/does-mobile-technology-equate-with-mobile-learning/
Data: 2007
Lingua: Inglese
Formato: Html

L’autore dell’articolo sottolinea la differenzia “tecnologia mobile” e “apprendimento mobile”: il fatto che un dispositivo sia mobile, cioè che si possa portare con sé, non significa automaticamente che sia in grado di innovare il modo in cui si apprende; l’esempio è quello dei “laptop”, che sono sì trasportabili, ma prevedono una modalità di fruizione molto simile a quella del computer da tavolo.
Palmari e cellulari di ultima generazione, invece, consentono di accedere al web e a contenuti e servizi per l’apprendimento in modo diverso, immediato, in qualsiasi situazione (anche mentre si sta camminando) e quindi propongono un modello di stretta integrazione tra la vita e l’apprendimento (Ubiquitous Learning).

4. “Two to Three Years: Mobile Broadband” dal 2008 Horizon Report di The New Media Consortium e Educause Learning Initiative
http://wp.nmc.org/horizon2008/chapters/mobile-broadband/
Data: 2008
Lingua: Inglese
Formato: Html

L’articolo sottolinea la rapidissima evoluzione dei dispositivi mobili, in particolare i cellulari, che in pochi anni sono dapprima divenuti strumenti multimediali (video, foto, audio) e poi strumenti di accesso al social software, utilizzati per aggiornare blog, calendari online in tempo reale e per condividere risorse. I cellulari di nuova generazione, insieme ai servizi del Web 2.0, offrono molte nuove opportunità per l’apprendimento: sia quella di moltiplicare le occasioni di dialogo e collaborazione (e quindi di trasferimento di conoscenza in modo informale), sia quella di legare informazioni e attività a determinati “luoghi” (attraverso la geolocalizzazione, utilizzata ad esempio nei musei).

5. “Cell phones in schools: Opportunity or distraction?” di Meris Stansbury
http://www.eschoolnews.com/conference-info/cosn/cosn-news/?i=53013;_hbguid=360a22f6-991c-4f8f-bd05-9bc8cc9455bc&d=cosn
Data: 2008
Lingua: Inglese
Formato: Html

L’articolo mette in evidenza un problema tipico nel mondo della scuola (ma applicabile anche al mondo del lavoro): il cellulare è visto come strumento di distrazione, usato per “evadere” mentalmente da quello che si sta facendo, chiacchierare con altre persone, giocare, consultare siti per i propri interessi. La sfida invece è saper approfittare della pervasività di questo strumento a fini formativi, proponendo attività di produzione multimediale (video), di personal publishing (blog), di comunicazione e condivisione di informazioni.

Add comment Luglio 21st, 2008

Accessibilità, un impegno che continua

La diffusione dell’accessibilità è un obiettivo su cui si lavora da molti anni in ambito internazionale e anche nel nostro paese: i punti di riferimento sono le iniziative europee, il lavoro del W3C che sta preparando nuove linee guida, gli interventi legislativi. Occorre trovare sempre nuove soluzioni adeguate alle sfide poste dalle più recenti evoluzioni del Web.

Quanto più cresce nella nostra vita il ruolo delle tecnologie digitali, che diventano lo strumento privilegiato per lavorare, informarsi, usufruire di servizi, tanto più diventa importante l’impegno a favore dell’accessibilità.

Il termine accessibilità indica la possibilità di usufruire di un prodotto o un servizio informatico da parte di tutti, anche di coloro che sono portatori di disabilità (quali non vedenti, ipovedenti, non udenti, persone con difficoltà motorie) che creano difficoltà aggiuntive e in alcuni casi richiedono l’impiego di particolari dispositivi detti tecnologie assistive (es. dispositivi braille, sintetizzatori vocali) per rendere possibile l’interazione con il computer.

Si tratta di un obiettivo fondamentale, parte integrante delle politiche di e-Inclusion promosse dell’Unione Europea (cfr. il quadro strategico i2010: la società dell’informazione e i media al servizio della crescita e dell’occupazione) e riconosciuto a livello internazionale sia in ambito istituzionale che imprenditoriale.

Garantire l’accessibilità comporta da parte di chi produce l’adozione di una serie di strategie e accorgimenti tecnici, che possono riguardare diversi elementi: la disposizione dei contenuti su una pagina web, l’uso dei colori, il modo in cui è scritto il codice informatico.

Ci sono due aspetti da considerare: da un lato rendere possibile la fruizione attraverso i normali dispositivi da parte di persone che hanno maggiori difficoltà, che possono essere dovute alle condizioni di salute, all’età, o a una disabilità permanente. Ad esempio persone ipovedenti, che hanno bisogno di poter ingrandire i caratteri delle pagine web per poterle leggere; o daltonici, che hanno bisogno di determinate combinazioni di colori testo-sfondo per poter distinguere correttamente le parole; o non udenti, che hanno bisogno di un testo alternativo da leggere quando sono presenti elementi multimediali che contengono audio. Un altro obiettivo invece è quello di permettere la fruizione a chi deve utilizzare dispositivi specifici: ad esempio i non vedenti, che possono utilizzare un sintetizzatore vocale che legge ad alta voce i contenuti scritti sulla pagina web, o persone che per difficoltà motorie non riescono ad utilizzare il mouse, ma possono navigare le pagine web solo passando da un elemento all’altro con il tasto “Tab”.

Per favorire la diffusione delle accessibilità sono stati individuati standard e linee guida che chi produce deve seguire. Un punto di riferimento internazionale è il lavoro del World Wide Web Consortium (W3C) che va sotto il nome di Web Accessibility Initiative: nel 1999 è stato pubblicato il documento Web Content Accessibility Guidelines 1.0; attualmente è in elaborazione la versione 2.0 del documento (l’ultima stesura, detta “Candidate Recommendation”, è del 30 aprile 2008), che punta ad essere applicabile ad una gamma più ampia di tecnologie Web, inclusi gli sviluppi futuri (per quanto prevedibili). Il problema degli standard, infatti, è tenere il passo con la continua evoluzione delle tecnologie, che prevedono sempre nuove modalità di fruizione e di interazione e di conseguenza comportano nuovi accorgimenti per l’accessibilità. La trasformazione del Web 2.0, ad esempio, non può non avere un impatto significativo in questo campo.

La versione 2.0 delle linee guida del W3C è completamente rinnovata nella struttura, ed è organizzata intorno a 4 “principi” che devono essere tutti rispettati perché un contenuto Web possa dirsi accessibile. Tale contenuto Web deve essere:

  • Percepibile – l’informazione presentata deve poter essere colta dai sensi dell’utilizzatore
  • Operabile – le azioni richieste all’utente dall’interfaccia devono poter essere da lui eseguite
  • Comprensibile – il contenuto e le operazioni richieste non devono andare oltre la possibilità di comprensione dell’utente
  • Robusto – con questa espressione si intende che il contenuto deve rimanere accessibile anche con l’evolversi delle tecnologie, comprese quelle assistive.

Per ognuno di questi principi sono indicate delle linee guida (in tutto 12), e per ognuna di esse sono indicati “Criteri di successo” verificabili.

Naturalmente, come avverte lo stesso W3C, il rispetto dei requisiti tecnici previsti dagli standard da solo non è sufficiente a garantire l’accessibilità: occorre sempre verificare con un campione di utenti reali le reazioni e le difficoltà che emergono nell’uso di un prodotto/servizio web.

Ci possono essere problemi specifici di tipo cognitivo da considerare: un recente esempio italiano è il progetto E-Signs, realizzato da Ente Nazionale Sordi con la collaborazione di Didael Srl, progetto che ha evidenziato come gli utenti sordi abbiano uno specifico approccio alla comprensione della parola scritta e ha quindi richiesto, nella realizzazione di strumenti e contenuti per l’e-Learning, una modalità adeguata di strutturazione dei testi, oltre ad un’opportuna integrazione di contenuti  filmati in Lingua dei Segni .

Mentre il lavoro del W3C ha un carattere di proposta, seppur autorevole perché frutto della collaborazione tra organizzazioni, aziende, enti di tutto il mondo, gli organismi politici possono contribuire alla promozione dell’accessibilità attraverso specifici provvedimenti legislativi.

In Italia il cammino dell’accessibilità, avviato intorno al 2000, ha trovato un punto di riferimento nella legge n°4 del 9/01/2004, detta “Legge Stanca”, che ha reso obbligatoria l’adozione di standard di accessibilità per la realizzazione o il rinnovo dei siti internet che hanno come committente la Pubblica Amministrazione.

Tutto il processo di rinnovamento nel segno dell’e-Government, dell’e-Citizenship, dell’e-Democracy, cioè la realizzazione dei servizi al cittadino e alle imprese tramite Web, deve quindi compiersi nel segno dell’accessibilità.

Al tempo stesso tutte le aziende che vogliono lavorare come fornitori della P.A. con questa legge sono spinti ad aggiornarsi e adeguarsi agli standard di accessibilità. Lo stesso discorso vale per tutti gli strumenti didattici multimediali e web rivolti al mondo della scuola.

Alla “Legge Stanca” è seguito il Decreto Ministeriale 8 luglio 2005 con l’indicazione di 22 requisiti tecnici da rispettare e dei diversi livelli per l’accessibilità agli strumenti informatici; nel decreto si stabiliscono anche le regole per la verifica dell’accessibilità. E’ stato anche disegnato un logo per contraddistinguere i siti accessibili, che viene assegnato a chi supera positivamente la verifica.

Il lavoro da fare per la diffusione dell’accessibilità è ancora molto, sia a livello istituzionale, dove probabilmente il contesto privilegiato di riferimento sarà quello Europeo, con le iniziative in corso a favore dell’inclusione digitale, sia a livello imprenditoriale.

Non bastano le leggi ma occorre soprattutto la diffusione di  buone pratiche: il problema è sempre quello di trovare soluzioni che sappiano coniugare l’accessibilità con le potenzialità sempre nuove che le tecnologie offrono, senza doversi rassegnare alle componenti multimediali e interattive più avanzate.

Sicuramente l’era del Web 2.0, con i nuovi strumenti collaborativi e di User Generated Content che spingono molto sulla partecipazione attiva dell’utente, con l’enfasi sulla comunicazione video e anche con la diffusione di molteplici dispositivi di accesso ai contenuti Web (non solo computer ma anche palmari, cellulari, tv digitale) pone nuove sfide all’accessibilità, che dovranno trovare risposta negli standard, nelle leggi, ma soprattutto da parte di chi è in grado di produrre sul campo modelli ed esempi innovativi.

Fonti

  “Overview of WCAG 2.0 Documents” dal sito del W3C
  http://www.w3.org/WAI/intro/wcag20.php
  Data: 2008
  Lingua: Inglese
  Formato: html

“Buone e cattive pratiche” dal sito WebAccessibile.it
  http://www.webaccessibile.it/consulta/elenco_info.asp?id=3
  Data: 2008
  Lingua: Italiano
  Formato: html

“Concluso il progetto E-Signs – Formazione online per adulti sordi” di Didael Srl
  http://www.didael.it/sito/com_dettaglio.asp?con=211
  Data: 2008
  Lingua: Italiano
  Formato: html

“Accessibilità e Web 2.0: Quale futuro?” di Trenton Moss
  http://www.masternewmedia.org/it/2006/10/05/accessibilita_e_web_
20_quale.htm

  Data: 2006
  Lingua: Italiano
  Formato: html

“DM 8 luglio 2005. Requisiti tecnici e i diversi livelli per l’accessibilità agli strumenti informatici”
  http://www.pubbliaccesso.gov.it/normative/DM080705-A.htm
  Data: 2005
  Lingua: Italiano
  Formato: html

“Legge 9 gennaio 2004, n.4 (Legge Stanca)”
  http://www.pubbliaccesso.gov.it/normative/legge_20040109_n4.htm
  Data: 2004
  Lingua: Italiano
  Formato: html

Add comment Luglio 9th, 2008

Gestire l’eccesso di informazioni

In questa rassegna una panoramica di interventi di esperti sul  problema sempre attuale dell’Information Overload.

Il tema dell’information overload, cioè del sovraccarico di informazioni, è divenuto sempre più rilevante nella storia di Internet: la quantità di informazioni disponibili su siti web e attraverso motori di ricerca è sempre più grande, l’uso dell’e-mail è sempre più pervasivo, e negli ultimi anni sono nate sempre nuove applicazioni, specie nell’ambito del “social software” (blog, rss, social bookmarking, ecc.) che continuano ad accrescere in modo esponenziale il numero di informazioni e comunicazioni a cui siamo esposti. Tutto questo può aumentare le opportunità di acquisire conoscenza, ma può anche avere l’effetto contrario: specie nelle organizzazioni si è rilevato come l’information overload possa rappresentare un reale problema in termini di produttività. Per questo è aperto un vivace dibattito sulle soluzioni da adottare per gestire questo imponente flusso informativo in modo efficace.

1. “Info Overload: The Problem” di Sarah Perez

http://www.readwriteweb.com/archives/info_overload_the_problem.php
  Data: 2008
  Lingua: Inglese
  Formato: Html

L’autrice sottolinea il problema dell’Information Overload a partire da una recente ricerca statunitense che  ha calcolato in 650 miliardi di dollari annui la perdita delle aziende in termini di produttività, a causa dell’incapacità dei dipendenti di gestire l’eccesso di informazioni. Email, Instant Messaging, Siti Web, Feed RSS, Servizi di Social networking, tutti strumenti che per le loro potenzialità dovrebbero aumentare la produttività, causano in realtà continue interruzioni e distrazioni (con conseguenti perdite di tempo per recuperare l’attenzione), che rendono difficile lo svolgimento delle proprie attività lavorative quotidiane. L’articolo fa il punto sulle strategie proposte da diversi esperti per combattere il fenomeno, che vanno dal creare una routine di utilizzo di questi sistemi, all’uso di software che filtrano le informazioni ricevute in modo da guidarne la lettura, all’identificare le attività che possono essere gestite in parallelo distinguendole da quelle che richiedono un’attenzione totale.

2. “Internet suffering from information overload” di Andrew Kantor

http://www.usatoday.com/tech/columnist/andrewkantor/2007-06-14-internet-organization_N.htm
  Data: 2007
  Lingua: Inglese
  Formato: Html

L’autore spiega come la crescita esponenziale di informazioni su Internet, dovuta al fatto che tutti possono pubblicare senza nessuna barriera, abbia messo in crisi uno dopo l’altro diversi sistemi di gestione e classificazione dei contenuti: dapprima le directory, poi i motori di ricerca, da ultimo anche il tagging: la soluzione che oggi sembra più efficace è l’emergere di siti informativi di riferimento (ad esempio Wikipedia per le informazioni di livello generale, altri per le informazioni specialistiche) che possano rappresentare un punto di partenza per orientarsi ed eventualmente accedere ad ulteriori approfondimenti.

3. “Oltre l’information overload: effetti dell’eccesso di informazioni sulle persone” di Luca Chittaro

http://lucachittaro.nova100.ilsole24ore.com/2008/02/oltre-linformat.html
  Data: 2008
  Lingua: Italiano
  Formato: Html

L’autore evidenzia uno degli effetti più negativi dell’information overload, quello di enfatizzare il fenomeno del “confirmation bias”: in pratica si tratta del fatto che una volta che ci si sia fatti un’idea su un argomento, si tende a notare solo le informazioni che confermano questa idea preliminare, e ad ignorare quelle che la contraddicono. In una situazione di difficoltà come quella in cui si devono trovare informazioni esplorando un numero troppo grande di siti web, e si ha poco tempo per leggere troppe cose, il rischio è di legarsi troppo presto alle prime idee che si trovano espresse in modo comprensibile e di conseguenza leggere in modo superficiale e distorto le altre fonti disponibili.

4. “Eight steps to thriving on information overload” di Ross Dawson

http://www.rossdawsonblog.com/weblog/archives/2007/08/
eight_steps_to.html

  Data: 2008
  Lingua: Inglese
  Formato: Html

L’autore sottolinea come quello dell’information overload non sia solo un problema, ma anche una necessità, soprattutto per chi deve guidare un’organizzazione in un contesto che sempre più è caratterizzato da globalizzazione e diversificazione delle attività, e quindi ha bisogno di essere aggiornato su una grande quantità di temi e di dati. Per gestire in modo efficace questo grande numero di informazioni l’autore propone alcune linee guida, che  vanno dal fissare i propri obiettivi di informazione, al selezionare le fonti, all’applicare strategie per “filtrare”, allo sfruttare in modo adeguato le reti di persone come fonte di conoscenza.

5. “Lost in E-Mail, Tech Firms Face Self-Made Beast” di Matt Richtel

http://www.nytimes.com/2008/06/14/technology/14email.html?partner=rssnyt
  Data: 2008
  Lingua: Inglese
  Formato: Html

L’articolo, facendo sempre riferimento alle ultime ricerche sulle perdite di produttività dovute all’Information Overload, si concentra in particolare sul tema dell’E-mail, uno strumento che ha un peso rilevante nelle attività delle persone, e che arriva a creare fenomeni di sovraccarico e addirittura di dipendenza tali da rendere veramente difficoltoso lo svolgimento del lavoro. Diverse organizzazioni stanno cercando di sviluppare strategie per limitare l’uso dell’e-mail, per creare tempi “liberi da e-mail” in cui potersi più facilmente concentrare  e portare a termine le proprie attività.

Add comment Giugno 25th, 2008

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